Il 43,4% degli studenti non ritiene di avere informazioni e competenze sufficienti per scegliere consapevolmente il proprio futuro.
Le difficoltà riguardano anche valutazione, benessere e rapporto con i docenti. Il Progetto Iride prova a guardare la scuola da una prospettiva diversa: quella di chi ogni giorno la vive
Il progetto Iride
Quando parliamo di scuola discutiamo spesso di programmi, voti, docenti, riforme e orientamento. Ma cosa succede se, per una volta, cambiamo prospettiva e chiediamo direttamente agli studenti che cosa funziona e cosa invece manca? È quello che ha fatto il Progetto Iride “La scuola vista dai giovani”, nato dalla collaborazione tra Fondazione Costruiamo il Futuro Ets e Fondazione Censis. Per ciascuno dei tre temi analizzati — orientamento, valutazione degli apprendimenti e benessere scolastico — sono stati ascoltati circa 8.000 studenti degli ultimi tre anni di 61 scuole secondarie di secondo grado. A questi dati si aggiunge una rilevazione su 1.000 diplomati tra 18 e 24 anni. Ne emerge una scuola che rimane un importante luogo di socialità e formazione, ma nella quale molti ragazzi chiedono qualcosa in più: capire meglio ciò che stanno facendo e dove quel percorso li porterà.
Il futuro arriva, ma non tutti sanno quale scegliere
Il 43,4% degli studenti ritiene di non avere informazioni, conoscenze e competenze sufficienti per compiere consapevolmente una scelta sul proprio futuro. Il dato diventa ancora più significativo se guardiamo a chi quel futuro dovrebbe averlo ormai molto vicino: anche tra gli studenti del quinto anno il 38,9% dichiara di aver bisogno di ulteriore supporto. Tra coloro che intendono continuare gli studi, soltanto il 25,5% ha già individuato il corso al quale iscriversi. Il 32,3% conosce l’ambito che gli interessa, il 32,2% è indeciso tra diverse possibilità e il 10% non ci ha ancora pensato. Anche in quinta il 29,2% rimane indeciso. La domanda, allora, non riguarda semplicemente quale università scegliere. Riguarda quando e come impariamo a scegliere.
Orientare non significa soltanto presentare un’università
L’orientamento scolastico viene spesso associato agli ultimi anni delle superiori: open day, presentazioni dei corsi universitari, incontri con aziende e informazioni sulle professioni. Ma preparare una scelta significa anche aiutare un ragazzo a comprendere le proprie capacità, conoscere le alternative e capire quali competenze richieda il mondo che troverà fuori dalla scuola. Ed è proprio sul passaggio verso il lavoro che emergono altre fragilità. Il 51,5% degli studenti si considera poco o per niente capace di trovare offerte di lavoro. Il 45,1% dice altrettanto rispetto alla scrittura di una lettera di presentazione, il 43,7% rispetto alla preparazione di un curriculum e il 38,7% rispetto a un colloquio. Sono competenze apparentemente pratiche, ma raccontano qualcosa di più grande: la distanza che una parte degli studenti percepisce tra il percorso scolastico e ciò che dovrà affrontare dopo.
Il voto arriva, la spiegazione non sempre
C’è poi un secondo elemento che attraversa l’indagine: la valutazione. Soltanto il 17,9% degli studenti dichiara di comprendere pienamente le ragioni del voto o del giudizio ricevuto. Il 56,2% afferma che talvolta non comprende perché la propria valutazione sia diversa da quella di un compagno, mentre il 25,9% trova incomprensibili alcuni voti considerati troppo bassi. Ancora più significativo è il dato sui criteri: appena il 9,3% afferma che tutti i propri docenti spiegano come vengono assegnati voti e giudizi. Per quasi la metà, il 49,4%, lo fanno soltanto alcuni insegnanti. E allora il problema potrebbe non essere semplicemente prendere un voto basso. È capire perché quel voto è basso e cosa bisogna fare per migliorarlo.
Valutare dovrebbe servire anche a imparare
Un voto ci dice dove siamo arrivati. Un feedback dovrebbe aiutarci a capire come andare avanti. Ma il 74,7% degli studenti dichiara di essere venuto a conoscenza almeno una volta del voto soltanto attraverso il registro elettronico, mentre il 57,6% riferisce di aver affrontato prove senza ricevere un feedback. Il 76,5% ha inoltre svolto compiti a casa senza ottenere successivamente un voto, un giudizio o una discussione con il docente. Il rischio è trasformare la valutazione da strumento del processo educativo a risultato finale: un numero compare sul registro, ma non sempre diventa un’occasione per comprendere l’errore.
Quando il voto diventa ansia
È qui che valutazione e benessere finiscono per incontrarsi. Il 71% degli studenti considera la scuola una fonte continua di ansia e stress. Quando viene chiesto quale stato d’animo prevalga, il 51% indica l’ansia e il 46% la noia. La serenità si ferma al 25,8%, la felicità al 18,7% e l’entusiasmo all’8%. Il 73,7% ritiene inoltre che il modo in cui vive la valutazione influenzi il proprio rendimento. E c’è un dato particolarmente interessante: il 35,5% ha saltato almeno una volta la scuola per paura di una prova pur essendo preparato. È un apparente paradosso. Si studia per essere pronti alla verifica, ma si può arrivare a temere la verifica anche quando si è pronti.
A scuola stiamo bene soprattutto con gli altri studenti
Eppure la scuola non viene raccontata soltanto attraverso ansia e difficoltà. Per il 90,3% degli studenti è innanzitutto un luogo dove fare nuove conoscenze e amicizie. L’80,4% dichiara di andare d’accordo con i compagni e il 75,1% considera sereno il clima della propria classe. Quando viene chiesto cosa faccia stare meglio a scuola, il 54% indica proprio il rapporto con i compagni. La scuola, quindi, rimane una comunità. Ma essere circondati da persone non significa necessariamente sentirsi nelle condizioni di chiedere aiuto. Tra chi dichiara di aver subito un abuso, il 34,9% non ne parla con nessuno. Il 37% si rivolge alla famiglia, il 27,2% ad amici esterni alla classe e soltanto il 14,8% agli insegnanti.
Gli insegnanti sono un riferimento, ma il dialogo può fermarsi
Il dato diventa ancora più interessante perché il 55,8% degli studenti afferma di poter contare sui docenti in caso di necessità e il 51,3% si sente incoraggiato e stimolato. Esiste quindi un riconoscimento del ruolo dell’insegnante. Ma non sempre questa fiducia generale sembra trasformarsi in confronto quando nasce un problema concreto. Di fronte a un voto considerato ingiusto, il 35,6% dichiara di averne discusso con il docente senza ottenere risultati, mentre il 29,5% rinuncia in partenza perché ritiene inutile confrontarsi. Il punto non sembra allora essere soltanto avere qualcuno a cui parlare, ma credere che quel confronto possa produrre un risultato.
I ragazzi non chiedono soltanto meno scuola
Quando agli studenti viene chiesto cosa cambierebbero, il 45% vorrebbe lezioni più interattive e dinamiche. Il 32% chiede programmi più attuali, il 31,9% meno verifiche e il 30,3% meno ore di lezione. Il 57,3% considera eccessivi i compiti assegnati e il 54,7% ritiene che nel proprio percorso si studi troppo. Letti isolatamente, questi dati potrebbero sembrare la prevedibile richiesta di studiare meno. Ma c’è un altro numero: il 52,1% si sente poco o per niente stimolato ad andare a scuola. La questione diventa quindi diversa. Forse non stiamo parlando soltanto della quantità del lavoro scolastico, ma del significato che gli studenti riescono ad attribuire a quel lavoro.
Quando la scuola finisce, il giudizio cambia
C’è infine un ultimo paradosso. Chi ha lasciato la scuola tende a giudicarla meglio di chi la sta ancora frequentando. Il 71,2% dei diplomati considera buona o ottima la propria esperienza scolastica, contro il 46,2% degli studenti. Il 60,8% consiglierebbe la propria ex scuola, mentre tra chi è ancora sui banchi la percentuale si ferma al 47,3%. Tra i diplomati, l’83,9% considera utili le conoscenze acquisite e il 69,7% riconosce l’utilità di ciò che ha imparato per la propria vita. La distanza permette forse di vedere ciò che durante gli anni scolastici è più difficile riconoscere. Ma non cancella tutto: tra i diplomati il ricordo dell’ansia riguarda ancora il 53,8%.
La storia della scuola riguarda ciò che succede dopo
Torniamo allora alla domanda iniziale. A cosa serve la scuola? Naturalmente a insegnare matematica, italiano, storia, scienze e tutte le altre discipline. Ma se prepara alla vita adulta, dovrebbe anche fornire gli strumenti per comprendere, scegliere, sbagliare e correggersi. Ed è forse qui che i numeri del Progetto Iride diventano più interessanti.
La scelta consapevole
Il 43,4% non si sente sufficientemente preparato per scegliere consapevolmente il proprio futuro. Solo il 17,9% comprende pienamente le ragioni delle valutazioni ricevute. Sono problemi apparentemente differenti. Ma potrebbero avere qualcosa in comune: la necessità di comprendere il percorso che stiamo facendo. Perché accompagnare un giovane verso il futuro non significa scegliere al suo posto. Significa metterlo nelle condizioni di capire abbastanza da poter scegliere da solo.
L’immagine di copertina è stata realizzata con il supporto dell’IA