Politica e donne Società

Intervista esclusiva a Monia Azzalini

Monia Azzalini e il ruolo dei media nella rappresentazione della società, con uno sguardo alla questione di genere.

 

Ricercatrice dell’Osservatorio di Pavia, da oltre trent’anni Monia Azzalini osserva i media e i loro cambiamenti. Dalla televisione ai social network, il suo sguardo accompagna l’evoluzione dell’informazione con un’attenzione costante alle persone, alle voci che vengono ascoltate e a quelle che restano ai margini. Nel racconto del suo percorso e del suo lavoro emergono le sfide della ricerca, il valore dell’analisi critica e la responsabilità dei media nel rappresentare la realtà. Si tratta di una chiacchierata che unisce esperienza, passione e impegno, e invita a riflettere su come l’informazione possa contribuire a costruire una società più equa e consapevole.

Come di descriverebbe Monia Azzalini?
Come una ricercatrice di lungo corso, specializzata nell’analisi dei media. Lavoro da molti anni all’Osservatorio di Pavia e mi sono formata sul campo dell’analisi dei media, partendo dai media tradizionali come televisione e radio, passando per la carta stampata e, più di recente, i social media. Ho affrontato diverse tematiche di ricerca e varie sfide metodologiche per l’analisi dei contenuti dei media, ma anche delle organizzazioni e delle audience. Mi sono specializzata nel settore di cui sono responsabile, che un tempo riguardava media e genere, ma che oggi si estende anche a diversità e inclusione. Il mio sguardo si è allargato dapprima al genere in una prospettiva intersezionale, e poi a tutte le differenze che, dentro e attraverso i media, possono essere valorizzate per costruire una società più coesa: differenze di generazioni, di background etnico e culturale, di abilità o disabilità, di orientamento sessuale. Questo è quello che sento di poter raccontare di me come professionista.

E come donna, invece, come si diventa Monia Azzalini?
Il mio percorso di studi è stato piuttosto particolare. Ho fatto il liceo scientifico, e poi ho scelto di studiare filosofia, per amore del sapere. Credo di aver ereditato dalla filosofia l’attitudine a pormi domande e a saperle articolare, qualcosa di fondamentale per chi fa ricerca. Sono approdata all’Osservatorio di Pavia un po’ per caso, circa 30 anni fa, e sono rimasta perché il lavoro di ricerca sui media mi ha appassionato moltissimo. Qualche anno fa, nel mezzo del percorso della mia carriera, ho deciso di affrontare un corso di dottorato in linguistica. Nel frattempo, ho approfondito il tema lingua e genere, cercando punti di contatto tra gli studi sulla relazione tra lingua e genere e gli studi sui media e genere.

Monia Azzalini, che relazione c’è tra lingua e genere nei media e come influisce sulla rappresentazione delle donne?
Credo che questi due settori siano sempre stati separati, ma abbiano interessanti punti di intersezione. Spesso i contenuti mediali sono studiati da chi fa linguistica, mentre i media studies adottano approcci teorici o metodologici che derivano dalla linguistica. Ho approfondito queste metodologie e ora collaboro ancora con la Ca’ Foscari, ho pubblicato un libro e continuo a scrivere articoli scientifici ed educativi. Scrivere per me è fondamentale: aiuta a ordinare e approfondire i pensieri. Il mio libro più recente cerca di creare un ponte tra media studies e linguistica, analizzando il linguaggio dei telegiornali italiani. Ho una grande passione per l’informazione e, in particolare, per i telegiornali, e questa ricerca mi è sembrata un’occasione perfetta per far dialogare i due ambiti disciplinari.

Monia Azzalini, consigli su come scegliere un’informazione più corretta?
Un consiglio semplice è ricordarsi sempre che l’informazione è una finestra sul mondo. Ma, come ci insegna Gaye Tuchman, pioniera degli studi su media e genere negli anni ’70, quello che si vede da questa finestra dipende dai vetri: se sono trasparenti o opachi, dalla forma della finestra, da dove si affaccia e anche dallo sguardo di chi guarda. Lo sguardo dominante nei media è sempre stato maschile, e ancora lo è, soprattutto nell’informazione. Questo porta a una visione parziale della realtà: alcune cose non si vedono, altre vengono distorte. Per esempio, la scarsa presenza delle donne nei contenuti dell’informazione dimostra che i media hanno una visione parziale della realtà. Curiosamente, a volte la finzione delle serie TV risulta più realistica dell’informazione stessa. Da molti anni coordino, insieme a Claudio Padovani, il più importante progetto mondiale sulla rappresentazione di donne e uomini nei news media, e i dati continuano a confermare questa visione parziale.

Monia Azzalini, come è cambiata la rappresentazione delle donne nei media negli ultimi anni?
Ci sono stati miglioramenti, ma parziali e spesso legati a eventi specifici. Ad esempio, il femminicidio di Giulia Cecchettin ha modificato in parte la narrazione della violenza contro le donne, portando anche il termine “patriarcale” nel discorso pubblico. Tuttavia, la violenza continua spesso a essere trattata come un fatto privato, senza ricondurla alle radici culturali e sociali patriarcali. Un’altra sfida è la visibilità delle donne: spesso le donne appaiono nei media solo come vittime di violenza, senza essere riconosciute come cittadine attive. Per questo ho ideato il progetto “100 donne contro gli stereotipi”, una banca dati di esperte per giornalisti. Nasce dal fatto che la voce dell’expertise nei media è ancora prevalentemente maschile: se i giornalisti non sanno dove trovarle, le esperte le mettiamo noi a disposizione.

Cosa dicono i dati a tal proposito?
Dopo quasi dieci anni, i dati ci dicono che siamo al 30% di esperte citate, ancora lontani dalla parità, e manca la rappresentazione della pluralità femminile: donne bianche e nere, scienziate e filosofe, madri e non madri, etero e LGBTQ+, nate e cresciute in Italia o arrivate dall’estero. Tuttavia, il tema è ormai di dibattito pubblico, presente anche nei media e negli eventi pubblici, e questo è un passo avanti.

Monia Azzalini, c’è una figura a cui si ispira?
Non c’è una persona in particolare. Certamente ci sono state figure importanti nella mia formazione, ma la mia ispirazione principale deriva dal pormi domande e dall’essere stimolata dalle ingiustizie e discriminazioni che vedo intorno a me. Credo che ogni essere umano abbia il compito di contribuire al miglioramento della società. Questo spirito guida il mio lavoro, così come il mio ruolo di madre di due figli adolescenti, ai quali cerco di trasmettere consapevolezza del privilegio e responsabilità. Lavorare all’Osservatorio di Pavia è appassionante perché ogni progetto parte dalla ricerca, guarda al ruolo sociale, politico ed economico dei media, e si conclude con linee guida o raccomandazioni concrete. Credo sia fondamentale creare alleanze con chi produce informazione per restituire fiducia ai cittadini, soprattutto in un periodo in cui i media affrontano una sfiducia crescente, come indicano anche rapporti internazionali.

Cosa c’è dietro l’angolo per Monia Azzalini?
Dietro l’angolo c’è il desiderio di serenità e equilibrio. Per il 2026, il mio auspicio è un sereno equilibrio, un po’ di pace nella vita quotidiana. Poi, se ci sarà altro, lo scopriremo insieme nel prossimo anno!

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