La leadership tra studio e lavoro di squadra, prende il largo con Claudia Rossi, campionessa mondiale di vela, presto manager in ambito marittimo.
Ci sono vittorie che si misurano in titoli e medaglie e altre che, invece, raccontano il percorso fatto per arrivarci. Quello di Claudia Rossi, l’anconetana campionessa di vela al timone di Enfant Terrible, parla di talento ma anche di studio, determinazione, lavoro di squadra e capacità di mettersi in discussione. Una storia di leadership costruita senza stare “un passo avanti”, ma al fianco della propria squadra. E oggi, mentre la vela resta una parte importante della sua vita, Claudia Rossi apre un nuovo capitolo professionale, portando con sé lo stesso spirito con cui ha affrontato il mare.
Claudia Rossi, a chi ancora non ti conosce: come ti descriveresti?
Sicuramente come una timoniera che è partita da zero e che poi ha fatto la differenza, principalmente nella classe J70. Diciamo che la mia più grande forza, se devo essere sincera, è stata il mio equipaggio, che fin dal principio mi ha aiutato e mi ha permesso di crescere, costruirmi e strutturarmi sempre di più come velista. In poco tempo ci siamo tolti grandi soddisfazioni. I risultati principali sono stati tre titoli europei e un titolo mondiale, oltre a quelli ottenuti in un’altra disciplina.
Come si diventa Claudia Rossi? Qual è stato il percorso di vita, personale e professionale, che ti ha portato a diventare la donna che sei oggi?
Ho fatto un percorso un po’ atipico. Ho conseguito la laurea triennale in economia e la magistrale in finanza e, inizialmente, la mia ambizione era quella di entrare nell’azienda di famiglia e fare carriera lì. Poi, nel frattempo, mi sono avvicinata alla vela, me ne sono appassionata e ho scoperto di avere un talento. A quel punto ho preferito prenderla di petto e pensare che quel talento non andasse, in un certo senso, sottovalutato. Così mi sono messa subito con la testa sulla vela, cercando di costruirmi un percorso. La fortuna, secondo me, è stata quella di ottenere un ottimo risultato in tempi brevi. Quello ha acceso la scintilla e mi ha fatto capire che ne valeva la pena. Con il lavoro duro sono riuscita a far conciliare sia l’università sia la vela, fino a quando la vela è diventata il mio lavoro.
Da timoniera, che tipo di leader sei?
Sono sempre stata una leader, nel senso che mi hanno sempre riconosciuto come una guida. Però il mio approccio è stato quello di mettermi al fianco degli altri: non mi sono mai messa un passo avanti, ho sempre cercato di dare l’esempio. Questa è stata, secondo me, la cosa che ha fatto la differenza. Quando costruisci un team – noi eravamo una squadra di cinque persone – prima di tutto bisogna conoscersi, capire quali sono i valori, i punti di forza e le debolezze di ciascuno, in modo che ogni persona possa essere posizionata nel ruolo giusto ed esprimere al meglio le proprie capacità.
È ovvio che poi tutto questo deve combaciare con il resto: serve sempre un lavoro di squadra e di coordinamento, soprattutto quando le cose non vanno per il verso giusto. Io mi sono sempre messa in discussione per prima e ho cercato di dare l’esempio ai miei compagni, sia nella gestione sia nell’approccio. In questo modo loro mi hanno seguito e hanno sempre avuto tanto rispetto e riconoscimento nei miei confronti. Questo ci ha permesso di trasformare un obiettivo che poteva essere principalmente mio in un obiettivo condiviso, comune a tutti.
Il mondo della vela, come altri ambiti professionali e sportivi, è un ambiente nel quale ancora oggi le donne a volte fanno fatica a essere riconosciute come autorevoli. Sta cambiando qualcosa?
Onestamente, anche guardando a quella che è stata la più recente regata dei preliminari della Coppa America, disputata a Napoli, ti devo dire che è bellissimo vedere quanto oggi le donne stiano prendendo spazio in questo mondo. Grazie alle grandi competizioni e anche alle regole che sono state introdotte, si è dato modo agli uomini di capire che le donne hanno un valore altissimo e che sono assolutamente in grado di fare questo mestiere e di fare la differenza. Quindi, secondo me, per quanto il canale iniziale forse non sia stato dei migliori – perché finché non è stato imposto, di fatto, non c’era spazio – almeno questo ha permesso agli uomini di capire che anche noi possiamo davvero fare la differenza. Personalmente, non ho mai avuto difficoltà in questo senso. Mi ricordo ancora la prima regata che ho fatto, nel 2013. Mi sono presentata con il mio team: c’erano 50-60 barche e tutti mi guardavano come per dire: “Questa che è venuta a fare?”. Io ero realmente l’unica donna al timone e, in quel periodo, forse quasi l’unica donna della flotta. Non è che non mi dessero rispetto: semplicemente non mi consideravano. A fine tappa, però, avevo concluso davanti a team molto forti e sono subito saltata all’occhio. Da lì sono diventata una persona da temere, fino a diventare un esempio per la classe. Dal punto di vista dei miei avversari sono sempre stata un esempio. Il rispetto è arrivato anche grazie ai risultati.
La finanza, così come la vela, richiede molta preparazione, capacità di gestione della pressione e anche una certa familiarità con la paura. Come sei riuscita a strutturare tutto questo lato, diciamo, più umano del tuo mestiere?
Sono una persona molto empatica; quindi, è una cosa che mi viene naturale. Entro in contatto con le persone in maniera assolutamente spontanea. Sono una persona molto tenace, molto determinata, ma sicuramente ho anche bisogno di avere vicino altre persone che mi facciano credere, anche nei momenti più difficili, che siamo in grado di farcela. Quindi l’aiuto delle persone che avevo vicino è stato fondamentale. Poi mi sono resa conto, regata dopo regata e obiettivo dopo obiettivo, che in realtà la pressione e la paura mi alimentavano. Più ero sotto pressione, più riuscivo a dare il meglio di me e a trasmettere questo anche ai miei compagni. Nessuno dei grandi risultati della nostra carriera è arrivato al primo colpo. Iniziavamo il campionato sempre un po’ sottotono ed eravamo quelli che facevano il colpaccio l’ultimo giorno.
Gestire la pressione troppo presto, per noi, era difficile. Ma l’ultimo giorno eravamo estremamente centrati e sapevamo bene di aver bisogno gli uni degli altri. Quindi, più si alzava la pressione, più noi riuscivamo a dare il massimo.
In questo periodo si respira già profumo di America’s Cup, in programma nella primavera del 2027 nel Golfo di Napoli; cosa c’è dietro l’angolo per Claudia Rossi?
Dietro l’angolo, per Claudia Rossi, non c’è una vita a livello esclusivamente sportivo. Per il momento ho messo un pochino in stand-by la vela, perché avevo bisogno di costruirmi anche a livello professionale. Non perché io mi senta grande, ma perché comunque, a 34 anni mi trovo in una fase della vita in cui ho bisogno di mettere dei mattoncini più solidi. La vela non è finita nel cassetto, non è una cosa che ho abbandonato. Però, a livello sportivo, adesso sono più allenatrice che velista. Ho messo in stand-by il mio team e, a livello lavorativo, sto entrando nell’azienda di mio padre (l’armatore e pluricampione del mondo di vela Alberto Rossi – ndr), dove sto crescendo e prendendo in mano il settore logistico della sua attività. Sempre di mare si parla, sempre di trasporti si parla, però in maniera un pochino diversa.