#8marzo: è sciopero delle donne

L’Italia e l’associazione #NonUnadiMeno aderiscono alla mobilitazione mondiale contro la violenza di genere

L’8 marzo sarà una giornata di sciopero dal lavoro, dalla cura, dal consumo. Il movimento femminista #NonUnadiMeno ha deciso di aderire alla mobilitazione globale – lanciata in Argentina e poi ripresa da oltre quaranta Paesi nel mondo – in occasione della Giornata internazionale della donna. Mamme, mogli e figlie si asterranno dal lavoro, ma anche dalla cura della casa e della famiglia, per ribadire il rifiuto alla violenza di genere.

“Sarà una giornata di lotta anche in Italia – assicurano le promotrici –. L’8 marzo torna a essere un momento di mobilitazione femminista”, con cortei, assemblee nelle piazze, nelle scuole, negli ospedali, nelle università, per “mostrare con forza che la violenza maschile contro le donne è un a questione strutturale della società, che attraversa ogni luogo, dalle case ai posti di lavoro, dai media alle frontiere e che in ogni luogo va contrastata”. La violenza contro le donne “non si combatte con l’inasprimento delle pene, ma con una trasformazione radicale della società”.

Ma perché proprio uno sciopero? L’associazione lo spiega in otto punti: perché “la risposta alla violenza è l’autonomia delle donne”, quindi no alla trasformazione dei centri anti-violenza in servizi assistenziali. Perché “senza effettività dei diritti non c’è giustizia né libertà per le donne”, quindi sì alla piena applicazione della Convenzione di Istanbul contro ogni forma di violenza di genere. Perché “sui nostri corpi, sulla nostra salute e sul nostro piacere decidiamo noi”, quindi stop all’obiezione di coscienza per un aborto libero, sicuro e gratuito. Perché “se le nostre vite non valgono non produciamo”, quindi sì a un welfare per tutte e tutti organizzato a partire dai bisogni delle donne. Perché “vogliamo essere libere di muoverci e di restare”, quindi stop alle frontiere o alle deportazioni che ostacolano la libertà delle migranti. Perché “vogliamo distruggere la cultura della violenza attraverso la formazione”, quindi sì ad un’educazione alle differenze dall’asilo nido alle università. Perché “vogliamo fare spazio ai femminismi nel movimento”, quindi sì alla costruzione di spazi politici e fisici transfemministi e antisessisti nei territori. Perché “rifiutiamo i linguaggi sessisti e misogini”, quindi stop ad un’immaginario mediatico sessista e razzista.