Autonomia e responsabilità: riflessioni dalla cronaca recente

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mariangela-giustidi Mariangela Giusti, Docente di pedagogia interculturale all’Università di Milano Bicocca

Il caso drammatico accaduto questa settimana al bambino di otto anni in provincia di Ragusa (prima sparito e poi ritrovato in un canalone in campagna) è sì uno dei tanti casi che la cronaca ci trasmette ogni giorno ma presenta dei tratti che colpiscono più di altri e l’opinione pubblica. Leggiamo sui giornali (ieri ho visto gli articoli sul Corriere e La Repubblica) e sentiamo parole come “autonomia”, “autonomo”, “responsabile”, “responsabilità” usate con leggerezza, quasi come tratti accessori di una storia di vita così barbaramente conclusa. Sono, al contrario, parole difficili, pesanti e niente affatto gratuite. Sono parole che interessano la riflessione pedagogica in quanto sono punti di arrivo di percorsi lunghi e pazienti. L’educazione (prima familiare e poi istituzionale) ha molto a che vedere con questioni che riguardano l’identità individuale e collettiva; ha l’obiettivo di rispondere alle domande di senso che già i ragazzi nell’età della scuola primaria iniziano a porsi, e attraverso le quali domande si può arrivare (se tutto va bene) a definire una situazione di autonomia e di responsabilità.

scuolaCon l’inizio della scuola elementare sia i genitori sia gli insegnanti assistono a una rapida maturazione e a forti cambiamenti negli individui di entrambi i sessi, che dimostrano di poter assumere piano piano sempre maggiori capacità di autonomia, di pensiero, nei confronti dei genitori e degli adulti.
Quand’è che ci si può fidare di un ragazzo di otto/nove anni o di una ragazzina di quell’età? E’ difficilissimo poterlo dire e non ci sono delle regole certe. Possiamo dare qualche indicazione, da valutare poi caso per caso. Ci si può fidare e dunque lasciarlo andare da solo o da sola in giro per la città o per il paese quando riteniamo che abbia già interiorizzato o stia sempre più interiorizzando, il fatto di possedere una coscienza, delle responsabilità, di dover rispettate delle regole (da semplici a sempre più complesse) familiari e sociali. E’ vero che per un ragazzino di otto/dieci anni molte cose si presentano come più facilmente accettabili se sono presentate sotto forma di gioco; però deve essere sempre più messo in chiaro il fatto che il gioco è tale se prevede delle regole che tutti devono rispettare.
Non a caso nel percorso formativo della scuola primaria gli obiettivi sono insegnare a leggere, scrivere e fare di conto, ma anche rispettare le regole della convivenza sociale e civile. In parallelo (per chi è inserito nei percorsi dello scoutismo) i “lupetti” devono imparare le leggi della giungla e a obbedire al capo branco.
Ancora in parallelo (certo non per tutti, ma per molti e in diverse religioni) vi sono le iniziazioni religiose: catechismo e prima comunione per i cristiani di rito cattolico; apprendimento della lingua ebraica per i bambini di religione ebraica, in vista dell’ingresso nella comunità (che avverrà al compimento del tredicesimo anno con la lettura di un brano della bibbia); apprendimento della lingua araba, leggendo il corano e iniziando a partecipare alla preghiera del venerdì, per i bambini di religione musulmana.
E’ un’età, dunque, quella che coincide con la scuola primaria (più o meno dai sei ai dieci anni) nella quale c’è una forte focalizzazione per tutti i ragazzi e le ragazzine a capire e definire la loro identità familiare, amicale, civile, religiosa, sportiva. Per tutti (genitori, insegnanti, adulti di riferimento) il compito dovrebbe essere quello di dare una mano a gettare le basi per saper leggere non solo le parole dei libri, ma anche se stessi nel mondo con gli altri.