Diritti Lavoro

Il lavoro dopo la pandemia, arrivano i working poors

Prosegue il progetto «Italia sotto sforzo. Diario della transizione 2020/21» con la ricerca sul lavoro dopo la pandemia

Il lavoro dopo la pandemia dovrebbe riprendere, si spera che riprenda ma in realtà sono aumentati coloro che hanno smesso di cercarlo. La pandemia ha prodotto effetti asimmetrici sui segmenti deboli ma lo hanno fatto soprattutto le misure restrittive dirette alle imprese. Non dimentichiamo che il 95% del tessuto imprenditoriale italiano è fatto di micro e piccole imprese, lavoratori autonomi e professionisti e costringerli a non lavorare non può che avere un effetto negativo. Vediamo le indagini del Censis al riguardo.

Non cerco lavoro dopo la pandemia
14 milioni di donne e 3 milioni di giovani non cercano un’occupazione. Sono gli effetti imprevisti della crisi economica. Vediamo i dati: nel 2020 sono stati 456.000 gli occupati in meno rispetto all’anno precedente (-2%) ma è significativo anche l’aumento degli inattivi: 711.000 in più. Si tratta di una quota importante della popolazione che non colloca il lavoro nel proprio orizzonte. Fra gli inattivi sono inclusi circa 3 milioni di persone che potrebbero lavorare. Questo segmento è aumentato in un anno di 217.000 unità. La ricerca di un nuovo lavoro – sia nel caso di persone che il lavoro l’hanno perso, sia nel caso di persone che si apprestavano a cercarlo per la prima volta o dopo un periodo di assenza dal mercato del lavoro – è stata scoraggiata da un contesto percepito come troppo complesso per poter essere affrontato con i propri mezzi e con le proprie risorse.

Gli effetti asimmetrici sui segmenti deboli
Ad aver perso il lavoro sono stati soprattutto i giovani e le donne, ma anche gli stranieri. Si tratta di lavoratori a termine cui non è stato rinnovato l’incarico, ma – poiché non si poteva licenziare – ci sembra naturale pensare ai lavoratori in nero, che in Italia sono ancora moltissimi. Vediamo i dati: nel 2020 hanno perso il lavoro 185.000 giovani di età compresa tra i 18 e i 29 anni: -6,4% rispetto al -2% complessivo. E sono aumentati di 203.000 unità i giovani inattivi (+5,6% rispetto al +2,7% complessivo). I giovani che non cercano lavoro hanno raggiunto la soglia dei 3 milioni.
Per le donne la dinamica è stata di poco migliore. Le occupate si sono ridotte del 2,5%, mentre sono 272.000 in più le donne che hanno scelto di non cercare lavoro, arrivando alla fine del 2020 a più di 14 milioni.
Tra gli stranieri gli occupati si sono ridotti di 159.000 unità e gli inattivi sono aumentati del 15,3% (199.000 in più). Gli analisti del Censis spiegano che dietro questa categoria si nasconde una quota di lavoro non dichiarato o “sommerso”. Sono più di un milione le famiglie italiane con occupati irregolari e per il 33% si tratta di stranieri.

I working poor
Il lavoro dopo la pandemia vede l’“esordio” dei working poor, coloro che hanno visto il loro reddito abbassarsi a livelli impressionanti, sotto la soglia della povertà. L’impatto della pandemia sul reddito delle famiglie italiane è stato infatti rilevante per tutte ma si è distribuito in maniera diversa soprattutto in funzione delle restrizioni alle attività produttive imposte dalle misure di contenimento del contagio. Il 5,5% delle famiglie ha visto così ridursi il reddito di più del 50% rispetto a prima della pandemia, il 9,1% ha dichiarato una riduzione tra il 25% e il 50%, il 16% una riduzione inferiore al 25%.

 

Il lavoro dopo la pandemia trova i lavoratori autonomi più poveri dei lavoratori dipendenti
Solo il 43,2% dei lavoratori autonomi ha dichiarato invariato il proprio reddito rispetto a prima della pandemia, contro il 66,5% dei lavoratori dipendenti. Se si sommano le famiglie che hanno riscontrato una perdita di reddito, quelle dei lavoratori dipendenti raggiungono il 27,9%, ma la percentuale raddoppia tra quelle dei lavoratori autonomi (54,7%). In media, 3 famiglie su 10 hanno subito una riduzione del reddito. Già prima della pandemia, il “lavoro povero” (con meno di 9 euro all’ora) riguardava quasi 3 milioni di occupati, di cui il 53,3% era rappresentato da uomini e il 46,7% da donne. Si trattava di oltre un milione di lavoratori giovani (con meno di 30 anni) e di 1,4 milioni con un’età tra i 30 e i 49 anni. Il 79% apparteneva alla categoria degli operai (2,3 milioni) e il 12,3% a quella degli impiegati.

Il problema del lavoro autonomo e professionale
La rarefazione delle opportunità di crescita ha avuto un riflesso immediato sull’occupazione indipendente. Nel periodo 2015-2020 la riduzione del lavoro indipendente arriva a mezzo milione, mentre nello stesso periodo l’occupazione in generale aumentava di 306.000 unità. L’anno del Covid ha condizionato fortemente l’andamento del lavoro indipendente, determinando una riduzione complessiva di 158.000 occupati, di cui 59.000 lavoratori autonomi e 38.000 liberi professionisti.

Il lavoro dopo la pandemia sarà ancora in smart working?
Una recente indagine del Censis ha misurato i maggiori rischi associati allo smart working secondo l’opinione dei lavoratori. Innanzitutto, la perdita di socialità garantita dal rapporto diretto e quotidiano con i colleghi (48,8%), poi il fatto di dover lavorare in un contesto inadeguato in termini di disponibilità di spazio e di dotazioni (40,4%), il pericolo di lavorare più a lungo dell’orario previsto e di non poter più controllare il confine tra lavoro e non lavoro (36,3%), l’assunzione dei costi legati alla connessione e ad altri servizi che la postazione di lavoro richiede (29,7%), le minori opportunità di crescita professionale e di carriera (22%).

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