La diplomazia vissuta come una missione. Conosciamo meglio Serena Lippi e il valore di una professione al servizio del Paese.
Che cosa significa scegliere di intraprendere la carriera diplomatica e viverla come una missione al servizio del proprio Paese, riconoscendo il valore delle competenze al femminile, al di là di ogni stereotipo? Ce lo racconta Serena Lippi, Ministra Plenipotenziaria presso il Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale, dove opera nella Direzione Generale per le questioni cibernetiche, l’informatica e l’innovazione tecnologica, e presidente dell’Associazione Donne Italiane Diplomatiche e Dirigenti (DID). Il suo è percorso professionale affascinante, che ha sempre messo al centro il dialogo, la responsabilità e il servizio alle istituzioni. Come presidente DID, Lippi è continuamente impegnata a valorizzare le competenze e il contributo delle donne nei percorsi professionali e nei luoghi decisionali della diplomazia e della dirigenza.
Serena Lippi e la vocazione per la diplomazia
Nella sua visione, la diplomazia non è solo una professione, ma una scelta che richiede dedizione, capacità di ascolto e volontà di costruire punti d’incontro anche in presenza di posizioni opposte. Allo stesso tempo, per Serena Lippi “le competenze non hanno genere”. Un’affermazione che invita tutte e tutti a superare pregiudizi e stereotipi, in modo che le capacità, la preparazione e il merito possano trovare pieno riconoscimento. Conosciamo meglio la Ministra e presidente DID.
Serena Lippi, che cosa l’ha spinta a scegliere la carriera diplomatica?
Da studentessa di relazioni internazionali, con specializzazione in storia e diritto dell’UE, mi affascinava la possibilità di potermi occupare di negoziati multilaterali, cercando punti di incontro e spazi di dialogo tra gli Stati, anche quando le prospettive sono differenti e le posizioni sembrano inconciliabili. Ho sempre desiderato lavorare all’estero, viaggiare e svolgere una professione a contatto con Paesi e culture diverse.
Quali sono le sfide e le soddisfazioni più significative del suo lavoro?
La diplomazia è un lavoro estremamente stimolante, che richiede preparazione, curiosità, flessibilità, capacità di ascolto e apertura mentale, ma anche una forte motivazione personale. Con il tempo ho maturato la convinzione che la diplomazia non sia soltanto una professione, ma una vera e propria missione al servizio del proprio Paese. La soddisfazione più grande per me è sentire che il mio lavoro contribuisce a costruire relazioni, aprire prospettive e lasciare qualcosa di positivo a chi verrà dopo di me.
Serena Lippi, quanto è cambiata la presenza delle donne nella diplomazia?
La presenza delle donne in diplomazia è aumentata (oggi rappresentiamo il 26%). Anche grazie all’attività svolta dall’Associazione Donne Italiane Diplomatiche e Dirigenti (DID), in questi 25 anni, si è progressivamente normalizzata, con l’introduzione di misure volte a conciliare la nostra professione itinerante con una vita familiare.
Quali stereotipi sulle donne diplomatiche sono ancora da superare?
La diplomazia italiana è stata per lunghissimo tempo un ambiente prevalentemente maschile: non solo nei numeri, ma anche nei modelli di comportamento, nelle modalità di attribuzione degli incarichi e nei suoi livelli di vertice. Credo che uno degli stereotipi più persistenti sia stato quello secondo cui le donne fossero più adatte per le attività di mediazione, i settori sociali e di cooperazione, ma molto meno portate per i dossier più strategici, come la sicurezza, la difesa, l’economia e la geopolitica. È una distinzione che non ha ragione di esistere perché le competenze non hanno genere. Attualmente al MAECI mi occupo di formazione su AI e Cybersicurezza e le donne sono ancora una minoranza in questi ambiti, ma stiamo lavorando per aumentarne la presenza.
Come Presidente della DID, quali sono le priorità dell’Associazione per valorizzare le donne e promuovere le pari opportunità nei ruoli decisionali?
In questi anni, la DID ha contribuito a rafforzare la presenza e la visibilità delle donne nella diplomazia italiana. Tuttavia, oggi non basta più parlare solo di accesso alla carriera: dobbiamo interrogarci sulle reali opportunità di crescita, sulla presenza nei ruoli decisionali e sulla possibilità di esprimere pienamente i propri talenti. Il lavoro del diplomatico non ha genere e una diplomazia inclusiva, capace di valorizzare tutti i propri talenti è una diplomazia più ricca, rappresentativa ed efficace. La vera sfida culturale da superare è quella di considerare una donna al vertice come un’eccezione, anziché come un valore aggiunto per la nostra politica estera.
Quanto contano i modelli femminili nella diplomazia?
I modelli femminili contano moltissimo. Vedere una donna Ambasciatrice in una sede importante, complessa, o in un ruolo decisionale di vertice aiuta le nuove generazioni a comprendere che anche quelle posizioni sono concretamente accessibili. Credo poi che sia necessario raccontare non soltanto i successi, ma anche i percorsi, le scelte e le sfide che li hanno resi possibili. Il mio obiettivo è dare voce alle esperienze delle nostre Ambasciatrici all’estero e mostrare come non esista un unico modo di essere diplomatiche.
Serena Lippi, quale ruolo può svolgere oggi la diplomazia nella costruzione della pace?
In un contesto internazionale caratterizzato da crescenti tensioni geopolitiche, conflitti e nuove minacce (dalla cybersicurezza alle minacce ibride), la diplomazia contemporanea deve sapersi confrontare con scenari sempre più complessi, integrando competenze tradizionali e nuove conoscenze tecnologiche, coinvolgendo una pluralità di attori (istituzioni, mondo accademico, imprese, società civile) e puntando sull’inclusione. La pace si costruisce con gli accordi, ma soprattutto con il lavoro quotidiano di prevenzione delle crisi, attraverso il dialogo e la fiducia, rafforzando la cooperazione, mantenendo al centro la persona e il rispetto del diritto internazionale.