Progettare città a misura di donna. Uno degli obiettivi etici, ancor prima che professionali, dell’archistar Maria Alessandra Segantini.
La società cambia e per questo vanno rivisti anche gli spazi, specialmente all’aperto, che la ospitano nella sua quotidiana evoluzione. Infrastrutture veloci in città lente: questo sarebbe l’equilibrio auspicabile in cui il benessere delle relazioni trova collocazione. Almeno secondo l’archistar Maria Alessandra Segantini, il cui lavoro si concentra da anni nel progettare città al femminile e scuole circolari. Conosciamola meglio.
Chi è Maria Alessandra Segantini, al di là del suo lavoro?
Oltre a dirigere gli uffici trevigiani e londinesi dello studio C+S Architects, che ho fondato con il mio socio e marito Carlo Cappai nel 1994 a Venezia, sono mamma di Marco e Tobia, due ragazzi fantastici di 25 e 19 anni che rispettivamente lavorano e studiano a Londra. Ho insegnato come full professor di progettazione architettonica e urbana e svolto attività di ricerca a Londra e Hasselt, oltre che come visiting professor al MIT di Boston.
Maria Alessandra Segantini, come si descriverebbe a chi ancora non la conosce?
Sono una persona curiosa e il lavoro che faccio è fantastico da questo punto di vista. I progetti di trasformazione urbana durano anni e questo fatto mi permette di entrare in empatia con culture sempre diverse, di imparare modi di vivere e pensare differenti dai miei, di conoscere modalità costruttive caratteristiche di ogni contesto e di avere amici in tutto il mondo.
Sono una persona determinata, alla costante ricerca di imparare e migliorarmi. L’onestà intellettuale è una delle mie caratteristiche, che talvolta mi fa apparire intransigente, ma ritengo che la correttezza nelle relazioni lavorative e personali sia un must. Mi piace pensare al mio studio sempre come a una start-up, dove le giovani generazioni possano sviluppare le loro potenzialità.
Come si diventa Maria Alessandra Segantini?
Sono cresciuta a Treviso, in una città di provincia, ma mio papà esportava contract per alberghi in tutto il mondo e tornava con cibi esotici e semi che poi piantava in giardino. Mia madre dipingeva, disegnava collezioni di moda e design, scriveva. Ognuno di loro mi apriva al possibile, facendomi provare gusti stranieri o raccontandomi l’arte che andavamo a visitare ogni fine settimana.
Da piccola studiavo danza classica, grande fatica e rigore per poter volare come una farfalla, mentre i miei piedi sanguinavano. Lì ho imparato la forza della costanza per ottenere un risultato.
A scuola adoravo studiare, continuare a fare domande per andare oltre la singola disciplina, e i miei insegnanti del Collegio Vescovile Pio X me ne hanno dato la possibilità. Dall’amore per la matematica e l’arte è nata la scelta di studiare architettura. Mi sono iscritta all’Università di Architettura di Venezia, che in quel momento era la scuola con i docenti migliori e collegata con il meglio dell’architettura internazionale. Lì ho conosciuto Carlo Cappai, figlio di Iginio, che aveva lavorato per Olivetti, e ho capito quello che volevo fare: che l’architettura fosse un servizio per la comunità. Con lui ho fondato C+S Architects.
Maria Alessandra Segantini, cosa significa progettare al femminile, oggi?
Le città dove abitiamo sono state disegnate sulla figura del typical male commuter, privilegiando le infrastrutture veloci. All’interno di questo modello le donne, pur producendo ricchezza, sono anche i soggetti che ancora per la parte maggiore si occupano della famiglia in senso lato (figli, persone anziane, familiari malati) e questo loro ruolo sociale non viene considerato nelle trasformazioni urbane. Le donne oggi sono aiutate dalle infrastrutture digitali che permettono loro di svolgere al meglio il multitasking ma, a mio avviso, c’è bisogno di più cura e attenzione verso quella che definisco la città lenta: una città che ha la sua spina dorsale nello spazio pubblico ombreggiato, ben manutenuto, ben disegnato e dotato di infrastrutture digitali, con spazi ibridi coperti dove non si paghi il biglietto per entrare. Io progetto scuole che restano aperte alla comunità oltre l’orario scolastico (scuole di Chiarano, Ponzano, Pederobba e Alzano), musei i cui pianoterra sono spazi ibridi e accessibili a tutti, parchi urbani ben manutenuti. Si tratta di un principio di giustizia sociale che restituisce alla comunità quei metri quadri di spazio per abitante che vengono costantemente erosi dall’aumento dei prezzi del mercato della casa. Esempi sono le residenze ULH di Pordenone, le Torri residenziali di Cascina Merlata, le residenze di Tervuren, Aarschot e Lovanio in Belgio.
Maria Alessandra Segantini tra eco-sostenibilità e architettura futurista
Per me la sostenibilità è prima di tutto un principio etico, oltre che tecnico. Come architetto, considero l’eco-sostenibilità una responsabilità progettuale: non può essere un elemento aggiuntivo, ma una condizione fondativa del progetto stesso. È importante perché viviamo in un momento storico in cui la crisi climatica, la scarsità di risorse e le disuguaglianze sociali ci impongono un cambio di paradigma. Produrre energia in modo pulito e condividerla in modo equo, evitare il consumo di suolo, utilizzare materiali con low-embedded energy, può contribuire a rigenerare non solo l’ambiente, ma anche le relazioni sociali e il senso di appartenenza ai luoghi.
In questo senso, l’eco-sostenibilità è strettamente connessa anche alla sostenibilità economica e sociale, alla giustizia sociale. L’architettura circolare si innesta in questo discorso: costruire off-site e a basso impatto, già prevedendo di poter riciclare in futuro i materiali che utilizziamo nelle costruzioni, è un atto di responsabilità all’interno dei processi di trasformazione urbana di cui ci occupiamo. Verrà completata a settembre la scuola primaria circolare costruita off-site e montata a secco a Conegliano: direi che il futuro sta diventando presente.
Maria Alessandra Segantini, premi e riconoscimenti
La prima donna nell’Albo d’Onore della Repubblica di San Marino che progetta città pensate per le fasce più deboli della società — bambini, donne, anziani. Da dove arriva questa sua ispirazione?
La cura è una parola intrinseca al DNA femminile. In quanto madri, le donne immaginano un mondo disegnato per le generazioni future, più che per sé stesse e la loro ambizione: un mondo più equo. Mi fa molto piacere che l’Ordine degli Ingegneri e degli Architetti della Repubblica di San Marino abbia deciso di dare valore a questo punto di vista, e per me ricevere questo premio è sicuramente la spinta a fare sempre meglio.
Maria Alessandra Segantini, come concilia vita privata e vita lavorativa?
Lavorare con Carlo è sicuramente stato un grande aiuto, perché è anche mio marito; era in qualche modo tutto condiviso. Avendo deciso di portare i ragazzi a vivere prima negli Stati Uniti e poi a Londra, non abbiamo avuto aiuti familiari, ma tanti amici con cui abbiamo condiviso parti del nostro viaggio. Vorrei aggiungere tuttavia uno sguardo tutto femminile all’interno della professione, che ha ancora un lungo cammino per raggiungere la parità di genere. La mia generazione ha sicuramente aperto una strada importante. È forse stata la fatica maggiore. Ma con umiltà e desiderio di imparare e mettersi al servizio, tutti gli ostacoli si superano!
Cosa c’è dietro l’angolo per Maria Alessandra Segantini?
Dietro l’angolo ci sono molte cose: la costanza di voler finire i cantieri che ho in corso con la massima soddisfazione per i miei clienti, ma anche per la comunità tutta. Dopo tutto, l’architettura, anche se il cliente è privato, è sempre pubblica.
Dietro l’angolo c’è la scoperta di nuovi mondi che ancora non conosco: ho appena cominciato una nuova avventura progettuale a Riyadh. Dietro l’angolo c’è sempre qualcosa che non mi aspetto, come quando, dopo una conferenza, un signore che non conoscevo mi ha avvicinato e invitato a insegnare nella prestigiosa università MIT di Boston