Le pensioni di chi lavora nella scuola

Ministro-Lavoro-Giovannini

Le pensioni di chi lavora nella scuola

Dopo la riforma Fornero i pensionamenti sono crollati: quest’anno i pensionati del settore scolastico saranno la metà rispetto al 2012. E il Governo sta pensando a un allungamento dell’età pensionabile abbinato a una riduzione dell’assegno

A diramare l’allarme è il sindacato dei lavoratori nel campo della formazione: l’ANIEF. Secondo i dati comunicati dal Ministero dell’istruzione, a settembre saranno solo 14.522 i docenti e gli Ata ad andare in pensione, mentre l’anno scorso erano stati 28mila (nel 2007 più di 35mila). Un calo che va avanti da tempo ma che dopo la riforma Fornero ha subito un’accelerazione notevole.

Il problema che suscita la riforma che non permette a chi lavora in questo campo di andare in pensione prima dei 65 anni di età (e si pensa di elevarla ai 70 anni) rappresenta una sorta di tappo per i giovani che sono in “lista d’attesa” da tempo per ottenere l’impiego fisso. Come dice l’ANIEF, “di questo passo addio turn over, graduatorie precari che dureranno in eterno”. Inoltre si aggiunge il solito problema sociale italiano rispetto al resto d’Europa (e in questo caso del mondo) in quanto i docenti italiani sono tra i più vecchi dell’area OCSE.

I dati ufficiali emessi in queste ore dal ministero dell’Istruzione indicano che dal prossimo 1° settembre potranno lasciare il servizio solo 10.860 docenti e 3.662 tra amministrativi, tecnici ed ausiliari. Si tratta di appena 14.522 lavoratori, un numero che corrisponde alla metà di quelli che nel 2102 avevano lasciato il lavoro: lo scorso anno andarono in pensione 27.754 dipendenti, suddivisi tra 21.114 docenti e 5.338 Ata (a cui si aggiunsero 35 del personale educativo, 207 insegnanti di religione cattolica e 1.060 dirigenti scolastici).

Secondo l’Anief siamo di fronte a numeri che inquietano non soltanto gli attuali partecipanti all’ultimo concorso a cattedra, per l’immissione in ruolo di 11.542 nuovi docenti. A fare allungare le liste di attesa per il ricambio generazionale ci sono anche i circa 5.500 candidati appartenenti al personale Ata, che già l’anno scorso avrebbe dovuto essere assunti a tempo indeterminato (collocazione a tutt’oggi bloccata per via dell’ancora incerto destino del personale docente inidoneo all’insegnamento o in posizione di sovrannumero, in particolare gli insegnanti tecnico pratici delle scuole superiori). A cui si aggiungono circa 250mila docenti collocati nelle graduatorie ad esaurimento. Ed almeno altri 50mila Ata in posizione di pre-ruolo.

“I numeri ufficiali forniti dal Miur sui pensionamenti in arrivo dal mese di settembre – commenta Marcello Pacifico, presidente Anief e delegato Confedir per la scuola – sono a dir poco sconfortanti. Prima di tutto perché se a lasciare il servizio sono sempre meno persone, per i vincitori dei concorsi, tramite prove dirette, ma soprattutto per le graduatorie ad esaurimento, non basteranno dieci lustri per smaltire le liste di attesa. In secondo luogo, questi dati preoccpano davvero se si pensa che la classe docente italiana è già oggi la più vecchia al mondo: in base agli ultimi dati ufficiali, l’età media delle immissioni in ruolo è alle soglie dei 40 anni di età. E ormai complessivamente due insegnanti italiani su tre hanno almeno 50 anni. Non solo: i nostri docenti con meno di 30 anni sono appena lo 0,5%, mentre in
Germania la presenza di insegnanti under 30 si colloca al 3,6%, in
Austria e Islanda al 6%, in Spagna al 6,8%. Ogni ulteriore commento sarebbe superfluo”.

E il problema non è destinato a trovare una soluzione, visto che il Governo, come denuncia sempre l’ANIEF, sta già pensando ad un inasprimento del modello Fornero, con il pensionamento ad almeno 70 anni di età. Inoltre, chi va in pensione arriverà a percepire un assegno mensile anche del 40% dell’ultimo stipendio. Nel frattempo il “paracadute” è il fondo Espero.
Il Governo sta pensando di allungare i tempi di addio al lavoro dal 2020 e di introdurre meccanismi penalizzanti o premianti rispetto ai 66 anni attualmente previsti.

Visto il record negativo di pensionamento di quest’anno, che rischia di bloccare quel turn over nella scuola indispensabile per permettere lo svecchiamento della classe docente (in Italia i docenti hanno in media 50 anni) e le immissioni in ruolo di 250mila precari inseriti nelle graduatorie (oltre che gli 11.542 vincitori del concorso a cattedra in corso di svolgimento), il nuovo Ministro del Lavoro Enrico Giovannini si è reso conto della situazione critica in cui versa il comparto che amministra. Così il Ministro continua a lavorare ad un piano in base al quale, oltre alla necessità di migliorare la flessibilità in entrata, attraverso modifiche ai contratti a termine ed all’apprendistato, prevede una serie di punti da revisionare. Tra cui proprio le pensioni. Si starebbe già pensando, valutando i costi associati, ad una fascia di flessibilità per anticipare l’uscita dal lavoro di 3-4 anni in cambio di penalizzazioni da definire. Nella scuola i docenti con oltre 20-25 anni di anzianità potrebbero anche rimanere in servizio, vestendo però i panni dei tutor-formatori degli ultimi assunti. Non gravando, in tal modo, sulla previdenza e aprendo le porte ad una sorta di staffetta generazionale.

Intanto, il 18 novembre si discuterà in Corte Costituzionale sulla legittimità dello stop alla pensione per i cosiddetti ‘Quota 96’ della scuola. Dopo l’ordinanza del giudice del lavoro di Siena e la sospensione del giudizio disposta dalla Corte dei Conti dell’Emilia Romagna e della Puglia, si aspetta l’udienza pubblica del 19 novembre prossimo, quando la Consulta sarà chiamata a discutere sulla sospetta violazione degli articoli 2, 3, 11, 38, 97, 117 1 comma e dell’art. 6 della Cedu da parte dell’art. 24 del decreto legge n. 201 del dicembre scorso convertito dalla legge n. 214/11. A tal proposito è bene ricordare che una deroga (per l’anno 2013-2014, come previsto dall’art. 14 comma 20-bis, della legge 135/12) è prevista solo per il personale che risulterà sovrannumerario a seguito dei processi di mobilità determinati per quest’anno scolastico.

“Se non si interverrà rapidamente” commenta ancora Marcello Pacifico “quello che aspetta i lavoratori più giovani è che dal 2030 le retribuzioni differite saranno più o meno la metà di quelle che si percepivano all’inizio del nuovo secolo. Alcuni esperti di previdenza ci hanno fornito proiezioni ancora più negative, addirittura di un taglio dell’assegno pensionistico pari al 60% rispetto all’ultimo stipendio. L’esito dipenderà anche da fattori economici nazionali ed internazionali non prevedibili. Ma in ogni caso le aspettative più rosee, fornite dai simulatori delle organizzazioni sindacali, collocano la riduzione al 36%”.

Secondo il sindacato, per prevenire il sicuro ridimensionamento della retribuzione del dipendente andato in pensione, sarebbe sin d’ora importante pensare a una pensione integrativa nel fondo di comparto (che nella scuola si chiama ‘Espero’). Oppure di tipo bancario. Con l’approvazione del CCNQ del 29 luglio 1999, anche nel sistema previdenziale pubblico si è infatti introdotto il modello aziendale, attraverso il passaggio da regime TFS a regime TFR. Ciò ha aperto le porte ai fondi di comparto, utili a maturare un 35% di pensione integrativa rispetto a un 65% che si potrebbe maturare con il versamento delle aliquote massime deducibili, grazie ad un versamento mensile presso un istituto bancario, cifra che complessivamente risulterebbe pari alla retribuzione differita, il 40% dell’ultimo stipendio percepito (dopo i 70 anni).

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