In Italia, quasi sette lavoratrici su dieci tra i 45 e i 65 anni riferiscono un impatto medio-alto dei disturbi della menopausa sul lavoro, ma il 37,7% non ne ha mai parlato né con i colleghi né con il datore di lavoro
In occasione della Giornata mondiale della menopausa del 18 ottobre, la dottoressa Cristina Lenzi, specialista in medicina interna con dottorato di ricerca in malattie osteometaboliche e direttrice sanitaria di Medyca (https://www.medyca.it/dr-cristina-lenzi), spiega come riconoscere i sintomi e affrontare una fase della vita che può incidere anche sulla carriera.
Un tabù nei luoghi di lavoro
La menopausa è ancora un tabù, anche nei luoghi di lavoro. Eppure dolori articolari, disturbi del sonno, stanchezza e difficoltà di concentrazione possono influire sulla quotidianità professionale, proprio negli anni in cui molte donne ricoprono ruoli di responsabilità. Secondo i dati di Fondazione Onda, in Italia il 37,7% delle lavoratrici tra i 45 e i 65 anni non ha mai parlato della menopausa né con i colleghi né con il datore di lavoro. Un silenzio che contribuisce a lasciare molte donne sole di fronte a disturbi spesso sottovalutati o attribuiti allo stress.
Giornata mondiale della menopausa
Il 18 ottobre ricorre la Giornata mondiale della menopausa, che nel 2026 l’International Menopause Society dedica al dolore cronico nella mezza età. Ne parliamo con la dottoressa Cristina Lenzi, specialista in medicina interna ed esperta in ormoni bioidentici, per approfondire i sintomi della perimenopausa e della menopausa, le ripercussioni sulla vita professionale e le possibili strategie per affrontare questa fase con maggiore consapevolezza.
Menopausa e lavoro. L’intervista alla dott.ssa Lenzi
La menopausa è ancora un argomento di cui si parla poco nei luoghi di lavoro. Perché è importante superare questo silenzio e riconoscere che si tratta anche di una questione lavorativa e sociale?
Perché il silenzio ha un costo, anche quando non si vede. In Italia quasi il 70% delle lavoratrici tra i 45 e i 65 anni sente un impatto medio o alto dei disturbi della menopausa sulle proprie prestazioni lavorative, eppure solo il 14,3% ha preso permessi o giorni di malattia (Fondazione Onda, 2025). Vuol dire che molte vanno a lavorare stando male, e quel costo lo pagano in silenzio, anche perché per quasi un italiano su due, il 46%, la menopausa è ancora un tabù (EngageMinds HUB, Università Cattolica, 2026).
La menopausa è una questione lavorativa oltre che medica, perché la percezione del dolore limita le prestazioni di una donna sul lavoro. Se una donna non dorme e ha dolore, renderà meno nelle sue mansioni professionali. Per questo bisogna superare il tabù e parlare di menopausa tranquillamente.
Quali sono i sintomi della perimenopausa e della menopausa che possono incidere maggiormente sulla vita professionale di una donna? Pensiamo ai dolori articolari, alla stanchezza, ai disturbi del sonno, alle difficoltà di concentrazione e agli sbalzi d’umore.
Comincerei da quelli che tolgono il sonno. I dolori articolari della menopausa si fanno sentire soprattutto di notte, e anche le sudorazioni notturne ci svegliano. E quando cala il progesterone, che è il primo ormone a mancare, il sonno diventa leggero e spezzato, così ci si alza già stanche. Durante il giorno si fa più fatica a concentrarsi e capitano piccoli vuoti di memoria, mentre l’umore cambia senza un motivo, tra irritabilità e momenti di pianto. Presi uno per uno sembrano disturbi diversi, ma in una giornata di lavoro si sommano.
Molte donne tra i 45 e i 60 anni ricoprono ruoli di responsabilità o sono nel pieno della propria carriera. In che modo i sintomi della menopausa possono influire sulla produttività, sulla sicurezza in sé stesse e sulle prospettive professionali?
La frase che sento più spesso in studio è «Dottoressa, da qualche tempo non mi riconosco più». In un ruolo di responsabilità, dietro quella frase ci sono spesso piccoli vuoti di memoria e un’attenzione che va e viene, e fanno paura perché sembrano l’inizio di un declino. Non lo sono: in questi anni gli estrogeni oscillano, e il cervello ne risente.
Ci sono poi i lavori a contatto con il pubblico. Lì avere una vampata ogni cinque minuti mette in imbarazzo la donna, oltre che la persona che le sta davanti, e la sicurezza in sé stesse ne risente. Lo confermano anche i dati: circa una lavoratrice dipendente su due, in menopausa o in perimenopausa, riferisce che la qualità della sua vita lavorativa è peggiorata, e il peggioramento riguarda soprattutto la stanchezza (49%), lo stress che aumenta (43%), e la concentrazione (42%) (Deloitte Italia, 2026).
Dolori cronici, rigidità mattutina e affaticamento possono rendere più difficili anche attività apparentemente semplici, come stare a lungo sedute, lavorare al computer o affrontare turni impegnativi. Quando è opportuno rivolgersi a uno specialista e quali soluzioni possono aiutare?
Subito, senza aspettare che passi da sé. Il dolore è un sintomo, è il modo in cui l’organismo chiede aiuto, e a prescindere che sia continuo o che vada e venga, bisogna cercarne la causa, perché ogni causa ha la sua cura. In questi anni i dolori articolari vengono spesso scambiati per altro, a volte per fibromialgia, mentre in molte donne nascono dal calo degli ormoni.
Si riconoscono da come si comportano: spesso si spostano (per qualche notte fa male una spalla, poi l’altra), si fanno sentire soprattutto di notte, e lasciano una rigidità al mattino che si scioglie poi con il movimento. Il dolore dell’artrosi, invece, resta fisso giorno e notte. Se le articolazioni sono gonfie e calde, o la rigidità dura per ore, serve una visita reumatologica. Quando la causa è ormonale, riportare gli ormoni in equilibrio migliora la rigidità del mattino e può far regredire i dolori.
Secondo i dati citati nella vostra comunicazione, molte lavoratrici non parlano della menopausa con colleghi o superiori. Perché succede? Il timore di essere giudicate meno efficienti o meno adatte a incarichi di responsabilità può contribuire a frenare la carriera?
Le donne parlano malvolentieri di menopausa. In generale sembra che si vergognino, come se fosse un’etichetta di vecchiaia che si stampano in fronte. In più si pensa ancora che sia normale, una fase da sopportare in silenzio. Spesso una donna non sa nemmeno di essere in perimenopausa: il ciclo c’è ancora, e ogni disturbo ha già trovato una spiegazione facile nello stress, nel lavoro, nei figli o nell’età. Quasi nessuna arriva da me sapendo che sono tutti segnali della stessa fase. Con i superiori se ne parla ancora meno: solo una lavoratrice dipendente su sei dichiara di averne parlato con il proprio team leader (Deloitte Italia, 2026).
Sulla carriera il peso si vede: tra le lavoratrici italiane dai 45 ai 65 anni, il 39,9% sente un impatto medio dei disturbi della menopausa sulla propria carriera e il 9,3% un impatto alto, che tra le operaie sale al 13% (Fondazione Onda, 2025). Che curarsi possa fare la differenza lo suggerisce uno studio sulla Svezia: dopo un programma televisivo sulla menopausa del 2018, per le donne è diventato più facile ricevere diagnosi e cure, e chi è andata dal ginecologo subito dopo la trasmissione ha perso meno reddito da lavoro, nei tre anni successivi, di chi ci era andata subito prima (Institute for Fiscal Studies, 2026). Sono sintomi con una causa e si possono quindi curare, non il segno di una minore capacità professionale.
Che cosa possono fare concretamente le aziende per sostenere le dipendenti in questa fase della vita? Possono essere utili maggiore flessibilità oraria, pause, ambienti di lavoro adeguati o la possibilità di ricorrere temporaneamente allo smart working?
Possono sicuramente essere un po’ più flessibili. La prima cosa che un’azienda può fare è dire alle sue dipendenti che avere questi disturbi non è una colpa né una debolezza: fanno parte di una fase fisiologica della vita, e se ne può parlare. È quello che chiedono anche i lavoratori, visto che il 77% dei dipendenti intervistati, uomini e donne, vorrebbe più dialogo sul tema (Deloitte Italia, 2026).
L’azienda poi può venire incontro alle dipendenti con qualche adattamento ragionevole, come un orario più flessibile o qualche giorno di smart working, affinché attraversino questo periodo con meno stress. Quando i dolori ci svegliano di notte, per esempio, poter cominciare la giornata più tardi o lavorare da casa nei periodi più difficili aiuta, e siccome la rigidità si scioglie con il movimento, conta anche potersi alzare e muovere durante la giornata. Sono attenzioni semplici, ma farebbero sentire le donne apprezzate sul lavoro. Da medico, però, devo dire che la flessibilità da sola non risolve il problema, perché questi disturbi hanno una causa ormonale ed è quella che va trattata. L’aiuto più concreto che un’azienda può dare è favorire i controlli ormonali, così che chi ne ha bisogno possa ritrovare il suo equilibrio.
Esistono segnali che una donna rischia di sottovalutare, attribuendo alla stanchezza o allo stress lavorativo disturbi che potrebbero invece essere legati alla transizione menopausale?
Sì, e succede di continuo. «Sarà lo stress?» è la domanda che mi fanno quasi tutte. Lo stress può dare stanchezza, sonno leggero e irritabilità, ma da solo non spiega un ciclo che si accorcia o si allunga, le articolazioni rigide al risveglio o la secchezza. Il segnale che inganna di più è il sonno. Ci si sveglia alle due o alle tre di notte e si pensa all’ansia per il lavoro, mentre spesso è il progesterone che cala, e succede quando il ciclo c’è ancora e nessuno pensa all’arrivo della menopausa. Stress e ormoni, poi, non si escludono: quando lo stress dura a lungo, l’organismo usa le sue risorse per produrre cortisolo, a spese del DHEA, da cui derivano il testosterone e gli estrogeni. Se più disturbi compaiono insieme, un profilo ormonale completo aiuta a fare chiarezza.
La terapia ormonale sostitutiva può essere indicata in alcuni casi per alleviare i sintomi. Quali benefici può offrire e perché la scelta deve essere sempre personalizzata sulla base della storia clinica e dei fattori di rischio individuali?
Io la chiamo terapia ormonale integrativa, anche se resta una forma di terapia sostitutiva: uso gli ormoni bioidentici, che hanno la stessa struttura chimica di quelli prodotti dal corpo, e utilizzando la stessa molecola integro quindi ciò che l’organismo non produce più naturalmente.
Il primo beneficio si vede sui sintomi: riportare gli ormoni in equilibrio aiuta a eliminare vampate, sudorazioni notturne, tachicardia, insonnia, stanchezza e sbalzi d’umore, o ad attenuarli quando sono molto forti. Nel lungo periodo contribuisce anche a proteggere le ossa, il cuore e il cervello. La scelta è sempre individuale perché parto dal profilo ormonale e dalla storia clinica di ogni donna, cerco la dose più bassa che le tolga i sintomi e la verifico nel tempo con controlli periodici. Nella mia esperienza l’unica vera controindicazione è una patologia tumorale attiva, mentre gli altri fattori di rischio si valutano caso per caso.
Quale ruolo hanno l’attività fisica, l’alimentazione, il sonno e il mantenimento della massa muscolare nel contrastare dolori e affaticamento e nel conservare energia e autonomia anche sul lavoro?
Contano molto, insieme alla terapia, e aiutano tutti: attività fisica, alimentazione, controllo del peso e sonno. Se dovessi sceglierne uno per importanza, direi il muscolo. Per le articolazioni la priorità è difendersi dalla sarcopenia, cioè dalla perdita di muscolo, e dalla disidratazione delle inserzioni dei tendini, che porta dolore e toglie qualità di vita. Il muscolo serve anche all’osso, perché la poca attività muscolare è tra le cause dell’osteoporosi, e a sua volta il muscolo ha bisogno degli ormoni. Il testosterone, che non è solo un ormone maschile, nella donna aiuta a mantenere la massa muscolare e, insieme agli estrogeni, è importantissimo per aumentare la densità dell’osso, per cui lo prescrivo sempre, a un dosaggio bilanciato sull’esame del sangue. Il supporto medico giusto, un’alimentazione corretta, un’attività fisica adatta e una terapia costruita su misura permettono di vivere questi anni con energia e lucidità.
Qual è il messaggio che vorrebbe rivolgere alle donne che stanno attraversando questa fase e temono che possa compromettere il proprio benessere, la propria professionalità o le proprie opportunità di carriera?
Che non c’è niente da sopportare. La menopausa è una fase della vita, e meno male che ci arriviamo, ma abbiamo il diritto di stare bene. La stanchezza, i vuoti di concentrazione e l’umore che cambia sono la risposta di un organismo a cui stanno cambiando gli ormoni, non un declino né una colpa. Riportando gli ormoni in equilibrio, una donna può vivere gli anni che seguono libera dai sintomi e dai rischi legati al loro calo. Il primo passo è parlarne con un medico, e la perimenopausa, quando il ciclo c’è ancora, è già il momento migliore per farlo.