L’AI apre le porte al futuro. Ma a chi consegna le chiavi? Chi raccoglierà i benefici della grande trasformazione del lavoro causata dall’AI?
C’è una domanda che accompagna ogni grande trasformazione del lavoro: chi ne raccoglierà i benefici? Nel caso dell’intelligenza artificiale, cominciamo ad avere qualche dato. E merita attenzione.
Le donne che lavorano con l’AI
Il 4 ottobre 2026 The Guardian ha pubblicato un’inchiesta sulle donne che lavorano nell’AI. Il punto di partenza è un rapporto LinkedIn: negli Stati Uniti, nel 2025, le donne sono state il 26% delle nuove assunzioni nelle professioni AI, mentre hanno rappresentato il 50% delle assunzioni nelle professioni non AI. In un’altra parte dell’analisi, relativa a 27 Paesi, occupano il 13% delle posizioni ai vertici aziendali che combinano un ruolo AI e un’impresa AI. Sono misure con perimetri diversi; insieme mostrano quanto sia limitata la presenza femminile proprio dove si sviluppa e si dirige questa tecnologia.
Pari opportunità di genere?
L’inchiesta racconta anche ciò che una percentuale non riesce a mostrare: la difficoltà di entrare nelle reti professionali giuste, di trovare figure di riferimento, di tenere il passo con un settore che cambia rapidamente quando il tempo per farlo non è distribuito in modo equo. Sono testimonianze, non una spiegazione valida per ogni donna o per ogni azienda. Ma aiutano a formulare la domanda giusta: basta rendere disponibile una nuova opportunità perché tutti possano coglierla?
Empowerment femminile: un argomento storico
Nel 1792 Mary Wollstonecraft, parlando di educazione e autonomia delle donne, scriveva: «Non desidero che abbiano potere sugli uomini, ma su sé stesse» (Rivendicazione dei diritti della donna). Più di un secolo dopo Virginia Woolf osservava che «una donna deve avere denaro e una stanza tutta per sé se vuole scrivere narrativa» (Una stanza tutta per sé). Woolf parlava di scrittura, non di intelligenza artificiale. Eppure entrambe ci ricordano qualcosa di utile anche oggi: il talento ha bisogno di condizioni concrete per potersi esprimere.
Dalla preparazione all’accesso alla carriera
A mio parere, questo è il punto che imprese, scuole e università dovrebbero portare al centro del discorso sull’AI. Offrire un corso a tutti è un buon inizio. Poi occorre guardare chi ha il tempo di esercitarsi, chi viene coinvolto nei progetti, chi può proporre un uso nuovo degli strumenti e chi arriva a prendere decisioni. La partecipazione a una lezione e l’accesso a una carriera sono due risultati molto diversi.
Chi usa veramente le competenze apprese?
Da formatore, proporrei di verificare tre cose dopo ogni programma di aggiornamento: chi usa effettivamente le competenze apprese, a chi vengono affidati i progetti AI più qualificanti e chi ottiene nuove responsabilità. Se misuriamo soltanto le ore di formazione erogate, potremmo dichiarare riuscito un percorso che ha lasciato intatte le distanze di partenza.
AI e occupazione femminile
Non sappiamo dai dati citati quale sarà l’effetto futuro dell’AI sull’occupazione femminile. Sappiamo però che le nuove assunzioni nei ruoli AI, oggi, mostrano un divario marcato. Aspettare che sia la tecnologia a correggerlo da sola sarebbe una scelta, non una previsione.
A chi dare gli strumenti giusti
L’intelligenza artificiale può ampliare le capacità delle persone. Perché questa promessa sia credibile, dobbiamo chiederci anche a quali persone stiamo dando gli strumenti, il tempo e la possibilità di guidarla.
Editoriale a cura del prof. Americo Bazzoffia, giornalista, docente, esperto di intelligenza artificiale.