Furto d’identità: l’uso fraudolento dei dati altrui

Protez dati

Furto d’identità: l’uso fraudolento dei dati altrui

Uno studio Cermes Bocconi e Affinion International pubblica i dati relativi a questa tipologia di reato che purtroppo ancora poche persone conoscono e dal quale pertanto non sanno ancora difendersi

Dal numero della carta di credito a quello del codice fiscale e il gioco è fatto: bastano questi dati per aprire una linea di debito o intestare ad altri anche semplicemente una scheda telefonica. Il 50% degli italiani crede che ciò sia impossibile e invece…

Lo studio realizzato dal Centro di ricerca Cermes Bocconi in collaborazione con la multinazionale che fornisce alle aziende programmi di monitoraggio e supporto per la protezione dei dati personali, Affinion International, è stato condotto su un campione di 800 persone tra i 30 e i 60 anni di età. Esso si è focalizzato su cinque categoria di furto d’identità:

  • 1) Apertura di credito commerciale o finanziario usando dati altrui;
  • 2) Uso fraudolento del numero di carta di credito o di bancomat;
  • 3) Intestazione di una SIM a nome di un’altra persona;
  • 4) Apertura di un profilo su un social network usando dati altrui;
  • 5) Furto di dati personali dall’archivio informatico di un’azienda.

Si tratta di un tema di cui si sa ancora poco, anche perché ancora non sono state fatte molte ricerche in merito e sul quale c’è un’evidente scarsa informazione, come confermano i risultati dello studio. Spiega il responsabile della ricerca, nonché direttore dell’Executive master in Marketing and sales della SDA Bocconi, Alessandro Arbore: “in media, ad esempio, le persone ipotizzano che i rischi maggiori si corrano online. Confrontando queste percezioni con dati più oggettivi, emerge invece l’esatto contrario”.

Per proseguire nel dato sull’ignoranza dei fatti, ecco che il 50% degli intervistati non ritiene neppure lontanamente possibile che si possa aprire una linea di debito con dati altrui (ovvero farsi concedere un prestito facendo finta di essere un altro e di conseguenza far pagare a quest’ultimo le rate e gli interessi) mentre la cosa è già capitata perfino al 3,6% del campione stesso.
Lo scollamento tra realtà e percezione è alto sia per eccesso che per difetto, in quanto le persone che invece sanno che ciò è possibile, credono che avvenga molto più spesso di quanto non sia in realtà.

Protez-dati-Social-NetworkStesso scollamento tra realtà e percezione lo si ritrova per quanto riguarda l’uso fraudolento di carte di credito o bancomat: in questo caso solo il 16% è inconsapevole del rischio, mentre chi ne è consapevole pensa che capiti al 20% degli italiani. In realtà la casistica è di 103 truffati su 800, ossia quasi il 13%. La percezione però non è molto lontana dalla realtà – poiché il dato reale diventa il 19% circa se si considera la percentuale di famiglie che possiedono almeno un bancomat. Un dato tra l’altro in linea con quelli dell’ABI (Associazione Bancaria Italiana) sulle carte bloccate annualmente.
Le vittime di questo tipo di frode sono soprattutto al Nord e al Centro.
Su come i truffatori abbiano ottenuto il numero della carta, oltre i due terzi delle vittime non sa rispondere. Tuttavia, il 40% di chi lo sa punta il dito contro gli esercizi pubblici, mentre solo il 3% indica come causa l’aver fornito dati in rete. E infatti il furto dei dati di carte e bancomat sembrerebbe avvenire più offline che online: “oggi si crede che la protezione dell’identità e dei dati personali sia una tematica esclusivamente digitale e legata alle nuove tecnologie o ai social network” ha evidenziato Giovanna Casale, Country Head di Affinion International in Italia. “I dati ci dicono che invece il rischio è ben più alto offline ma in Italia manca la cultura di tutelarsi da simili frodi, molto più sviluppata all’estero dove la sicurezza per i consumatori è un tema sempre più centrale”.

L’intestazione di una SIM come quella di una carta telefonica con dati altrui avviene nel 2% dei casi, ma il rischio è sovrastimato dagli intervistati, i quali dichiarano che secondo loro il 10% degli italiani ha subito questo raggiro. Ma sono pur sempre troppe (il  50%) le persone che escludono categoricamente che possa esistere una truffa del genere.

Per quanto riguarda l’apertura di un profilo su un social network sfruttando l’identità altrui, tutti sanno che ciò è facilmente realizzabile: la consapevolezza del rischio in questo caso è del 90%. Nella realtà ciò accade poco spesso: il 5% degli iscritti a un social network hanno subito il furto d’identità in questo senso. Rubano l’identità altrui per aprire un falso profilo soprattutto al Sud d’Italia (oltre il 10%).

Uno scollamento tra dati rilevati e percezione del problema c’è anche per quanto riguarda i casi di furti d’identità da banche date di aziende: solo l’1,3% del campione ne è stato vittima, ma si crede che lo siano molto di più.

La percezione del rischio – per tutti i casi analizzati – è uguale sia per uomini che per donne ma è differente a seconda del livello di istruzione dell’intervistato: più si è istruiti meno si considerano probabili le truffe in tal senso.

La probabilità di subire truffe è più alta al Nord e la fascia di età che ne più colpita è quella meno giovane. Per certe tipologie di furti d’identità la probabilità aumenta all’aumento del reddito.

Purtroppo ancora il 27% degli italiani non sa nemmeno di cosa si tratti, quando si parla di furto d’identità e anche tra chi ritiene di saperlo, un terzo confessa di averne solo una pallida idea. E addirittura il 50% degli italiani ritiene assolutamente impossibile che qualcuno usi i dati altrui per aprire una linea di debito o intestare ad altri una scheda telefonica.

Non essere a conoscenza di un problema significa diventare vittime potenziali e per questo motivo riteniamo utile allegare all’articolo la documentazione informativa divulgata dal garante per la privacy e diretta alle aziende e ai privati cittadini.

 

Allegati

 

pdf tutela dati personali.pdf

pdf tutela dati personali Social Network.pdf

pdf protezione dati internet.pdf

pdf Cloud-Computing-Protezione dati aziende.pdf

Condividi