Discriminazione di genere ed empowerment delle donne

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La denuncia del Forum di informazione e discussione sui diritti umani organizzato dal “Dipartimento per le Pari Opportunità” della Presidenza del Consiglio dei Ministri

di Dominella Trunfio, giornalista

Sono 24 mila le donne che potenzialmente potrebbero ricoprire un posto dirigenziale nelle 4 mila aziende del Belpaese. È quanto emerge dal workshop “Discriminazioni di genere ed empowerment delle donne”, inserito nella due giorni di “Note di Diritti e Libertà”, il forum di informazione, discussione e riflessione sui diritti umani, organizzato dal Dipartimento per le Pari Opportunità della Presidenza del Consiglio dei Ministri.

«L’evento» ha spiegato Giovanna Martelli, Consigliera del Presidente del CdM per le PO, «nasce dopo l’esperienza del “Villaggio anti-discriminazione”, che promuove momenti di dibattito attraverso il coinvolgimento e la partecipazione della cittadinanza, dei privati, degli Enti locali e delle Amministrazioni».
L’obiettivo rimane quello di condividere criticità e strategie di azione nei vari ambiti dei diritti fondamentali, con lo scopo di ampliare e migliorare l’azione governativa. Tra i temi affrontati, alla Casa del Jazz di Roma, c’è dunque anche quello che vede il binomio donna-lavoro spesso accostato a discriminazione.

«Sono solo quattro» ha detto Elisa Anzaldo, giornalista Rai e moderatrice dell’incontro, «le donne che occupano posti dirigenziali in aziende pubbliche italiane. Anche se la presenza femminile è cresciuta notevolmente nei Consigli di Amministrazione, i ruoli ricoperti dal gentil sesso sono soprattutto quelli di consigliere».
Sul piano normativo, la legge 120 del 2011, la cosiddetta Golfo-Mosca sulle quote rosa, prevede l’obbligo da parte dei CdA delle società pubbliche, di modificare i propri statuti per garantire l’equilibrio tra i generi. Un equilibrio che è raggiunto quando almeno un terzo dei componenti è donna.
«Dalla sua entrata in vigore» ha continuato la giornalista «sono 1.367 le aziende che hanno proceduto al rinnovo. Attualmente, c’è una presenza di donne del 23,8%, prima della legge erano il 6%». Ma i dati non sono così rassicuranti perché i posti dirigenziali continuano a essere occupati da uomini.

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«Ci sono ancora tante differenze di genere nell’accesso al mondo del lavoro, nella retribuzione, nelle progressioni di carriera e nel conseguimento di posizioni di vertice» ha commentato Annalisa Rosselli, professoressa ordinaria presso l’Università Tor Vergata di Roma. Secondo lei, infatti, sono tante le forme di discriminazione: dalle dimissioni in bianco fino all’organizzazione del lavoro ancora orientata alla presenza fisica negli uffici, che spesso non permette un’adeguata conciliazione con la vita familiare.

Per Rosanna D’Antona, presidente di Havas Pr Milano, è necessario che «l’Italia si apra a nuove politiche di genere attraverso team misti, che puntino al talento e alla meritocrazia. Anche l’Unione Europea pensi a un piano concreto, affinché si arrivi al 75% dell’occupazione femminile nel 2020».

«Bisogna puntare sullo smart working» ha aggiunto Fabio Galluccio, consigliere di Valore D, «ovvero la possibilità di scegliere come, dove e quando svolgere il proprio lavoro adattandolo alle tempistiche familiari».
Spazi condivisi e reti aziendali, le parole chiave per Michele Pontecorvo Ricciardi, responsabile comunicazione e Csr Ferrarelle Spa, che ammette però che nella sua azienda la presenza femminile è minima.

«Per realizzare un’effettiva parità di genere» ha spiegato la Consigliera nazionale di Parità Alessandra Servidori «bisogna continuare la lotta agli stereotipi, iniziando a migliorare le condizioni di vita delle lavoratrici. Mi piace parlare di democrazia paritaria e non di quote rosa. In collaborazione con gli ispettori del lavoro, portiamo avanti tantissime battaglie ma, un grosso contributo la danno anche associazioni e gruppi. Continueremo a promuovere e sostenere l’empowerment femminile valorizzando le esperienze e le competenze delle donne».